.
15) La funzione pratica della teologia
    Nell'Europa medievale del nono secolo primo Franchi hanno
fatto rinascere l'Impero e avviato un movimento di rinnovamento
culturale - la cosiddetta Rinascita carolingia - in cui rivivono
non solo le discussioni degli antichi Padri della Chiesa, ma anche
la filosofia dei Greci, quella ricerca della Verit e dell'Essere
che aveva caratterizzato la speculazione teoretica da Parmenide a
Plotino.
La situazione, in realt,  radicalmente cambiata. Il
cristianesimo  uscito vincitore dal confronto con la cultura
classica, e la vittoria  sancita proprio dalla funzione politica
che il nuovo impero dei Franchi attribuisce alla religione. Il
cristianesimo, ai tempi di Giovanni Scoto Eriugena, non ha bisogno
di ricorrere alla filosofia per dimostrare in termini razionali la
propria Verit: l'ineffabilit dell'Essere, che da Plotino giunge
a Giovanni Scoto attraverso la mediazione dello Pseudo-Dionigi,
sembra essere il contributo filosofico pi consono a una religione
rivelata da Dio agli uomini non solo attraverso le Scritture, ma
con l'incarnazione, la morte e la resurrezione e che, quindi, non
ha bisogno del supporto della razionalit umana.
Tutta la discussione teologica e logica - di cui  un esempio la
pagina che segue - non mira a una maggiore conoscenza di Dio, ma a
una difesa della religione dagli attacchi degli eretici, e a
istruire l'animo dei semplici

De divisione Naturae, I (vedi manuale pagina 231).

1   Maestro: Su questa questione non so chi potrebbe parlare in
breve o con chiarezza; infatti, o si deve tacere [...] o ci si
deve affidare alla semplicit della fede ortodossa, dal momento
che si tratta di una questione che supera ogni intelletto, cos
come  stato scritto solo tu che hai l'immortalit abiti la luce
inaccessibile. Se qualcuno comincia a discutere su questi
argomenti, necessariamente, in molti modi e con molte
argomentazioni, persuader nella maniera pi giusta che si devono
usare le due principali parti della teologia: quella affermativa,
che i Greci chiamano kataphatik, e quella negativa, che chiamano
apophatik. Sola la negativa nega che la divina essenza o sostanza
sia qualcuna delle cose che sono, che possono essere dette o
capite. L'altra invece predica dell'essenza divina tutte le cose
che sono, quindi si dice affermativa, non tanto perch dichiara
che essa [la sostanza divina] sia qualcuna delle cose che sono, ma
perch sostiene che tutte le cose che derivano da quella essenza
possono essere dette di essa. Razionalmente, infatti, si pu
capire che gli effetti significano la causa. Dice infatti che ci
sono Verit, Bont, Essenza, Luce, Giustizia, Sole, Stella,
Soffio, Acqua, Leone, Citt, Verme e tutte le cose innumerabili. E
non solo insegna che l'essenza divina  quelle cose conformi alla
natura divina, ma anche quelle ad essa contrarie, quando dice che
Dio si inebria ed  folle e stolto. Ma non vogliamo ora discutere
di queste cose; su tali argomenti, infatti, Dionigi l'Areopagita
ha scritto la Teologia simbolica. Torniamo pertanto a ci che hai
chiesto, cio se di Dio si possono predicare propriamente tutte le
categorie, o solo alcune di esse.
2   Discepolo: Certamente bisogna tornarvi, ma prima penso che
bisogna considerare perch i predetti nomi, cio essenza, bont,
verit, giustizia, sapienza, e gli altri di questo genere, che
sembrano non solo divini, ma anzi divinissimi e tali da non
significare nient'altro all'infuori dell'essenza o sostanza
divina, diventino metaforici, cio traslati dalla creatura al
Creatore, secondo quello che dice il predetto santissimo padre e
teologo. Non lo avr detto, infatti, senza una mistica e segreta
ragione.
3   M.: [...] Vorrei che tu mi dicessi se puoi pensare qualcosa di
opposto o di necessariamente connesso [cointellectum] con Dio.
Dico opposto o per privazione, o per contrariet, o per relazione,
o per assenza; intendo poi per connesso necessariamente qualcosa
che si pensi essere insieme eternamente con lui, pur senza essere
della sua stessa essenza.
4   D.: [...] Non oserei affermare n che qualcosa gli sia
opposto, n che essendo necessariamente con lui sia eterosion,
ossia diverso per essenza da lui. Infatti gli opposti per
relazione sono sempre opposti, dal momento che insieme hanno
inizio e insieme cessano di esistere, perch sono della medesima
natura, come il semplice e il doppio, i due terzi e i tre mezzi;
cos gli opposti per negazione, come  e non ; o per privazione,
come morte e vita; o per contrariet, come vigore e debolezza. Ma
queste opposizioni si attribuiscono correttamente alle cose
sensibili o intelligibili, e perci non sono in Dio. Infatti le
cose che si oppongono fra loro non possono essere in Dio, poich
se fossero eterne non potrebbero opporsi. L'eternit, infatti, 
simile a se stessa e sussiste tutta per tutto, semplice, una e
indivisibile. Il principio e il fine di tutte le cose  uno, in
nulla discordante da s. Per la stessa ragione non so chi oserebbe
affermare che  coeterna a Dio una cosa che non  della sua stessa
essenza. Infatti, se si potesse pensare questo si potrebbe
concludere che il principio di tutte le cose non  uno, ma due o
pi, differenti fra loro. Il che  rifiutato dalla vera ragione,
perch giustamente tutte le cose derivano da un principio e
nessuna da due o pi.
    M.: Ragioni bene, mi sembra. Se dunque i predetti nomi divini
hanno altri nomi a s opposti, necessariamente si oppongono anche
le realt che essi propriamente significano e perci non possono
predicarsi propriamente di Dio a cui nulla  opposto e al quale
nulla di diverso  coeterno. La vera ragione, infatti, non ha
ancora trovato un nome, fra quelli ricordati o fra altri simili,
del quale non esista un nome opposto o nel medesimo genere o
fuori. E ci che  vero dei nomi  necessariamente vero della
realt da essi significata. Per esempio, Dio si dice essenza, ma
non  propriamente quella essenza a cui si oppone il nulla, Dio,
dunque  yperosios, cio sovraessenziale. Cos si dice bont, ma
non  propriamente bont, poich a questa si oppone la malizia; 
dunque yperagaths, pi che buono, e yperagathtes, cio pi che
bont. [...].
5   M.: [Pertanto non c' contraddizione fra la teologia
affermativa e quella negativa] [...] Per esempio, la teologia
affermativa dice: Dio  verit; la teologia negativa dice: non 
verit. Qui sembra che ci sia una forma di contraddizione, ma
quando si guarda meglio si vede che non c' contraddizione.
Infatti, quella che dice Dio  verit non afferma che la
sostanza divina sia propriamente verit, ma che essa pu essere
chiamata cos per una metafora dalla creatura al Creatore: veste
infatti con tali vocaboli l'essenza divina nuda e scevra di ogni
propria significazione. E quella che dice non  verit, non nega
che sia verit, ma che sia e si possa chiamare propriamente
verit. La teologia negativa sa di spogliare la divinit di tutti
quei significati dei quali l'affermativa la riveste. Una, infatti,
dice, per esempio,  sapienza, rivestendola di questo attributo;
l'altra dice non  sapienza, e di questo attributo la spoglia.
Una dunque dice: la divinit non si pu chiamare cos; ma non
dice: la divinit  propriamente questo; l'altra dice: non  cos,
sebbene si possa chiamare cos.
6   D.: Vedo chiaramente queste cose e mi  chiaro pi della luce
che le cose che finora mi parevano opposte ora si accordano e non
dissentono fra loro, quando si considerano in Dio.
    [...].
7   M.: [...] Non dobbiamo forse considerare nel medesimo modo il
valore di tutte le parole che la Sacra Scrittura predica della
Natura divina, ritenendo cos che esse non significano altro che
la semplice, immutabile, essenza e sovraessenza, incomprensibile
da ogni intelligenza? Per esempio, quando sentiamo dire che Dio
vuole e ama e vede e ode e altre espressioni che si possono
predicare di lui, dobbiamo pensare che con queste espressioni a
noi naturali si vuole rivolgere la nostra mente alla sua
ineffabile essenza e virt, affinch la vera e pia religione
cristiana non taccia del Creatore a tal punto da non dire nulla,
per istruire l'animo dei semplici e per combattere le astuzie
degli eretici, che sempre insidiano la verit e si sforzano di
toglierla dall'animo degli altri e desiderano ingannare coloro che
sono meno eruditi. Quelle espressioni fanno capire che in Dio non
sono distinti essere, volere, amare, vedere, e altre cose simili,
ma che in lui significano la stessa cosa.
8   D.: Precisamente. Dove infatti  la vera ed eterna semplicit
 impossibile che vi sia il molteplice e il diverso.
 (Joannis Scoti, De divisione Naturae, in Patrologia latina,
volume CXXII, 458A-459C, 461C-462A, 518B-519A)

